domenica, Luglio 21

La tragica testimonianza di Durdane Agayeva e la lotta per la giustizia

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Nel corso della storia antica e contemporanea possiamo imbatterci in figure femminili che hanno fatto della lotta per i propri diritti e della propria dignità il timone dell’esistenza, dando l’esempio per il domani e per il presente. Figura non molto conosciuta in Occidente, ma amata nella Repubblica dell’Azerbaigian, è quella di Durdane Aghayeva, una donna musulmana dell’Azerbaigian, con un legame speciale con le comunità ebraiche di tutto il mondo, in particolare, con quella di Los Angeles. Una donna musulmana e contemporaneamente con una visione della società “laica” che, da musulmana, ama la cultura ebraica. Durdane è una sopravvissuta al massacro di Khojaly del 1992, ed una delle personalità viventi testimoni del campo di tortura di Khojaly. Oggi è una appassionata attivista e sostenitrice della pace nel Caucaso e nel mondo e lavora instancabilmente per consegnare giustizia a tutti i sopravvissuti e per aiutare vittime e carnefici a trovare forza e speranza per il futuro, attraverso un processo psicologico di condivisione e inclusione. Tra il 25 ed il 26 febbraio del 1992 le forze armate dell’Armenia con il supporto del 366° Reggimento Motorizzato fucilieri dell’ex Unione Sovietica attaccarono la città di Khojaly, situata nel Nagorno-Karabakh, regione dell’Azerbaigian. Al termine dell’attacco persero la vita 613 civili azerbaigiani tra cui 106 donne e 63 bambini, 8 famiglie furono completamente distrutte e 25 bambini persero entrambi i genitori. Durdane da tempo dedica le sue energie per evitare di far cadere nel dimenticatoio questa tragedia, identificata da molti analisi come un vero e proprio genocidio ai danni della popolazione azerbaigiana del Nagorno-Karabakh. “Come donna e come musulmana, è estremamente doloroso conciliare l’orribile trauma di Khojaly con la mia fede e cultura tradizionale, e la mia vergogna per aver sofferto violazioni della mia identità più profonda. Come sopravvissuta alla tortura, ho trascorso anni in isolamento a casa, guardando film sull’Olocausto, le uniche lenti in grado di catturare qualcosa connesso alla mia esperienza. Ho passato notti insonni cercando di placare il mio panico attraverso la visione di “Schindler’s List” e del “Il Pianista”. La vita in quel mondo solitario, con film e incubi, è stata quasi così tragica come le ragioni per le quali ero lì. La mia esistenza era appesa da qualche parte, in bilico tra un totale isolamento e l’insieme della pesantezza degli importanti interventi operatori per curare il mio corpo dalla brutalità della tortura e dall’impatto dell’esposizione durante la mia prigionia: procedure come impianti spinali di titanio, che con il dolore che comportavano mi ricordavano in ogni secondo cosa avevo subito. Io vengo dalla città di Khojaly, nel Nagorno Karabakh, una regione dell’Azerbaigian all’epoca fiorente e promettente per la mia giovane generazione. All’inizio del 1990, tutto ciò è improvvisamente cambiato. La maggior parte del mondo non conosce il nome di Khojaly, e non sa che l’Armenia ha perpetrato uno dei più brutali massacri della storia recente contro la popolazione azerbaigiana impaurita e in fuga. La notte del 25-26 febbraio 1992 in cui è iniziato il massacro, sono fuggita per salvarmi con mio fratello, fuggendo nei gelidi boschi circostanti, ma sono stata catturata e condotta in un campo di tortura. Avevo solo 20 anni. Con cupa ironia, comprendo perché gli artefici di tale condotta ancora oggi neghino che il massacro di Khojaly sia avvenuto. Lo capisco perché io non potrò mai rimuovere l’immagine di un bambino di due anni a cui hanno sparato mentre fuggiva con i genitori, quel corpo pieno di sangue sospeso nella mia memoria. Come è possibile affrontare la distruzione di centinaia di vite innocenti, colpi sparati su donne in attesa di bambini e anziani, proiettili lanciati su bambini in fuga, la vista di madri tra le braccia figli senza vita? Come vittima, affrontare il mio passato mi ha quasi ucciso, così provo a comprendere che per gli autori negare i fatti accaduti debba essere di tangibile conforto. Come musulmana, c’è un dolore deciso e inspiegabile che provo a descrivere pubblicamente. Sono stata oggetto di tortura brutale e umiliazione, sono stata stuprata per molti giorni durante la prigionia armena. Condividere ciò è stato per la mia anima una tragedia, altro dolore da aggiunger alla crudeltà che il mio corpo ha sofferto. Però, io comprendo che attraverso la condivisione, posso sopravvivere alle ombre della vergogna e passare alla luce con la mia guarigione. Negli ultimi anni, la mia vita è cambiata totalmente. Con l’immenso supporto della mia famiglia e della comunità, ho iniziato il processo di condivisione. Le parti più profonde del mio passato sono divenute pubbliche e documentate. Ho iniziato a registrare l’incubo a cui sono sopravvissuta. Fino al febbraio 2015, non avevo mai visitato un paese occidentale. Il mio primo giorno in California, ho incontrato il leader di una comunità ebraica coinvolto nell’impegno per la pace globale, e abbiamo partecipato ad un’intervista radio con uno psicologo ebreo-iraniano e un ospite del talk show – specializzato nell’intervistare sopravvissuti che portano dentro le paure e i ricordi dell’Olocausto”, ha dichiarato durante le sue interviste alla stampa occidentale Durdane Aghayeva. Il percorso di Durdane Aghayeva è stato difficile, ha affrontato, grazie all’aiuto della psicologia, i demoni e la vergogna del suo passato, riuscendo a far divenire il suo incubo motore di giustizia e rivendicazione per le donne vittime di guerra e di tragedia. Un sentimento di cui ha avuto consapevolezza quando è venuta a conoscenza di un memoriale dedicato a Khojaly istallato all’interno di una Sinagoga a Los Angeles, una settimana dopo aver affrontato i suoi ricordi e grazie ad un’intervista rilasciata. Per Durdane Aghayeva è molto importante ribadire e sottolineare il parallelismo della comunità ebraica e Khojaly. L’apprendimento e la conoscenza dell’Olocausto e del suo terrore è stato essenziale per riprendere forza, assumere consapevolezza, essere in grado di condividere tale dolore e lavorare per una guarigione personale e contemporaneamente pubblica. Il genocidio di Khojaly può essere assunto come paradigma del male che l’uomo può generare ad un suo simile, ma affrontare tali demoni è il metodo per ritornare a vivere. L’approccio dell’attivista è inclusivo e psicologico, attraverso un lavoro constante con le vittime per familiarizzare con la sofferenza personale e altrui, un approccio che inizia ad essere osservato con interesse anche per le donne vittime di abusi domestici, un processo di inclusione e conoscenza che può rigenerare la voglia di vivere. Un esempio di cura che può essere nello stesso momento personale e pubblico, come recentemente dichiarato dalla stessa Durdane Aghayeva: “Io prima pensavo che non avrei mai potuto condividere quanto avvenuto, ma ora so che con la condivisione pubblica sono artefice di un più ampio movimento, aiutando a guarire non solo me stessa, ma tutto il mondo. La mia speranza più sincera è di ispirare altri sopravvissuti, in tutto il globo terrestre, che hanno visto i paradigmi della loro innocenza spazzarsi via dai tragici canoni dell’odio e dell’oppressione, e riunirci in un legame unico, rafforzandoci l’un l’altro e con il resto del mondo”.  Storie di donne che da vittime di guerra diventano protagoniste di pace.

Articolo dell’analista IREPI Domenico Letizia, pubblicato per il Periodico Italiano Magazine.

Periodico Italiano Magazine

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