lunedì, Novembre 11

La realtà economica finanziaria iraniana tra rischi e corruzione

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L’IREPI e i suoi analisti hanno spesso monitorato la condizione delle non libertà del regime iraniano e la costante violazione dei diritti umani all’interno del paese sciita. Pur sottolineando la gravità di tali violazioni, come evidenziato da numerose personalità quali Giulio Terzi, già Ministro degli Esteri, o il lavoro della ONG Nessuno tocchi Caino, vogliamo soffermare la nostra analisi sui rischi economici e finanziari nell’avviare relazioni commerciali e d’investimento con l’Iran. Nel nostro paese, la manovra 2018, secondo quando dispoto da art.32, prevede la trasformazione dell’agenzia Invitalia in un’agenzia disposta come istituzione finanziaria al fine di finanziare e garantire investimenti in Paesi qualificati ad alto rischio secondo i parametri della FATF (Financial Action Task Force, istituzione intergovernativa creata nel G7 di Parigi al fine di combattere il riciclaggio di denaro). Nell’articolo si afferma che “al fine di promuovere lo sviluppo delle esportazioni e dell’internazionalizzazione dell’economia italiana in Paesi qualificati ad alto rischio dal Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale (GAFI-FATF), l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa Spa-Invitalia può operare quale istituzione finanziaria, anche mediante la costituzione di una nuova società da essa interamente controllata o attraverso una sua società già esistente“. Nella legge di bilancio, l’art.32 prevede che la Sace resti solo come “mero agente” a sostegno del MeF “per le iniziative conseguenti all’eventuale attivazione della garanzia dello Stato” agli investimenti in Paesi ad alto rischio. Secondo quanto scritto dai media, in primis da Milano Finanza, nell’articolo, del 20 ottobre scorso, intitolato “Il Tesoro si fa la sua Sace“, si tratta di una norma ad hoc per far partire il business fra Iran e Italia, ad oggi fermo, nonostante le numerose delegazioni governative arrivate dall’Italia a Teheran, per l’assenza delle lettere di credito da parte degli istituti finanziari italiani.

Secondo quanto scrive Milano Finanza si tratta di una norma “fatta apposta per bypassare il freno messo dalla Cassa Depositi e Prestiti” allo sbarco delle forze in Iran da parte delle imprese italiane. La CdP, infatti, non sembra voler mettere a rischio i suoi fondi, investendo in Iran, per diversi motivi: alto tasso di riciclaggio di denaro nel Paese e le nuove politiche di Trump verso l’Iran. Non va dimenticato che la Cassa Depositi e Prestiti è finanziata in buona parte dai risparmi delle Poste e per il restante da Fondazioni Bancarie con interessi anche negli Usa. La gravità della situazione è descritta in una nota dal deputato Daniele Capezzone:

“Lascio da parte il triste capitolo di dove vengono presi i fondi (imprenditoria giovanile: il che rende tutto addirittura grottesco). Ma la sostanza è ancora più grave: l’Italia si avventura (e soprattutto trascina le sue imprese) su un terreno geopoliticamente minato, economicamente insicuro, esposto a sanzioni e rischi internazionali immensi”.

A tal proposito, ricordiamo che, proprio nel 2017, l’Indice di Basilea ha classificato l’Iran come il primo Paese al mondo per money laundering, ovvero riciclaggio di denaro. Inoltre, la Repubblica Islamica dell’Iran è un Paese con un sistema bancario in crisi, come ammesso da un importante banchiere iraniano, Parviz Aghili, al Forum UE-Iran organizzato a Zurigo: Parviz ha dichiarato che le banche iraniane sono piene di prestiti tossici.

Le affermazioni di Aghili sono state riportate dal prestigioso sito “Radio Free Europe”. Non dimentichiamo, inoltre, che la prestigiosa agenzia “Transparency Agency“, ha classificato l’Iran al 131 posto per il tasso di corruzione interna, il che rende impossibile un sano clima imprenditoriale nel paese.

Sostanzialmente, l’attività delle aziende che si stabiliscono in Iran può essere ostacolata dalla diffusa corruzione e dal peso che lo Stato riveste nei diversi comparti produttivi. Le principali banche e le grandi imprese pubbliche e semi-pubbliche dominano interi comparti produttivi e commerciali del Paese, lasciando poco spazio ai nuovi player che si affacciano sul mercato e tali strutture sono gestite dai peggiori rappresentanti del regime, complici, nel passato e nel presente, di una raccapricciante repressione politica. Nel paese sciita forte è la presenza economica dei Pasdaran, o guardiani della rivoluzione.

La loro presenza spazia dall’energia alla petrolchimica, dalle automobili alle cliniche per la chirurgia al laser, dalle infrastrutture all’industria bellica, oltre agli interessi nel sistema finanziario iraniano.

Alle varie problematiche possiamo aggiungere che le imprese devono costantemente prestare attenzione ai rischi di mancato pagamento anche a causa di ritardi per disponibilità della valuta, almeno fino a quando il Paese non rientrerà a pieno nei circuiti finanziari internazionali, cosa che non avverrà nel brevissimo tempo. Per concludere, ricordiamo anche le continue provocazioni iraniane nei confronti dello stato di Israele, come concorsi pubblici contro la storia dello sterminio e il lancio di missili recanti scritte che invocano alla cancellazione di Israele.

Report dell’analista IREPI Domenico Letizia 

 

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