martedì, Novembre 19

La formulazione del diritto alla conoscenza per l’affermazione del Diritto

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L’affermazione dei valori democratici e liberali, l’obiettivo di fornire una piattaforma per promuovere il dialogo e la cooperazione su argomenti inerenti alla relazione tra diritti umani, democrazia e stato di diritto passa per un decisivo processo antropologico-sociale, quello della formulazione e codificazione di un nuovo diritto umano e civile: “il diritto umano alla conoscenza”. Alle fondamenta dello stato di Diritto non può esservi che la conoscenza, conoscenza delle scelte che i governi, nelle sue realtà nazionali e transnazionali, prendono in nome e per conto dei cittadini. I governi devono essere responsabili delle loro azioni e devono garantire un’adeguata informazione, che sia disponibile, accessibile e accurata secondo i principi dell’apertura e della trasparenza. Benché alcuni Paesi forniscano ai cittadini gli strumenti per accedere alle informazioni, ad esempio attraverso i Freedom of Information Acts, questa normativa spesso non risponde alle attese dei cittadini, rivelandosi inadeguata. Il diritto a conoscere ciò che i membri del Governo fanno segretamente a nostro nome potrebbe migliorare il rapporto tra candidati eletti ed elettori. Negli ultimi due decenni, in molti Paesi e città abbiamo assistito all’impiego di mezzi e strategie militariste e a un prolungato, pretestuoso e arbitrario Stato di emergenza proclamato per la pretesa necessità di difendersi e difenderci in tal modo da minacce derivanti da terrorismo, immigrazione, droga e altri “nemici”. Si è insediato così uno “Stato di Emergenza” permanente, le cui radici spesso affondano in presupposti ingannevoli, se non vere e proprie menzogne. Vittime della multiforme Ragion di Stato sono i diritti umani, la responsabilità, la mancanza di supervisione nel processo decisionale e, in ultima analisi, la pace. Lo stato di Diritto sta per essere sostituito dallo stato emergenziale e securitario e ciò è possibile quando i meccanismi della conoscenza e dell’accesso all’informazione sono manovrati e manipolati dalla burocrazia della Ragion di Stato in contrasto alle Convenzioni riconosciute e al diritto internazionale umanitario. Il modello del Freedom of Information Act, adottato cinquant’anni fa dalla Presidenza Johnson, costituisce un punto di riferimento molto importante. Negli anni Novanta le Nazioni Unite si fecero paladine dell’espansione delle Organizzazioni Non Governative, viste come una sorta di nuova forma di partecipazione democratica a livello planetario. Le Ong potevano essere una nuova forma di legittimazione dell’Onu, una valida alternativa alla frustrante subordinazione al volere dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Le Nazioni Unite diedero grande visibilità alle Organizzazioni Non Governative inaugurando la stagione delle grandi conferenze internazionali degli anni Novanta. Ma, i dolorosi fallimenti delle Nazioni Unite spinsero il segretario Kofi Annan, in carica fino al Dicembre 2006, ad avviare una grande riforma amministrativa dell’Onu. Annan provò, tra le altre cose, a seguire la strada di un ampliamento del diritto internazionale, con l’introduzione del concetto di “responsabilità a proteggere”. L’espressione fu coniata nel 2001 da una commissione di studio del governo canadese, e dal 2004 è entrata nel lessico delle Nazioni Unite divenendo nel 2006 una delle fonti di risoluzione del Consiglio di Sicurezza. L’idea è quella di richiamare gli Stati alla responsabilità primaria nel garantire e proteggere la propria popolazione da gravi violazioni dei diritti umani, anche in presenza di un governo legittimamente in carica. Per rendere possibile tale processo, dobbiamo impegnarci in un nuovo lavoro di codificazione in ambito Onu, la codificazione del nuovo diritto umano alla conoscenza. Per comprendere al meglio tale processo dobbiamo sviscerare la storia delle istituzioni politiche contemporanee. Dal 1848 al 1914 si assiste al passaggio statuale dal “liberalismo alla democrazia”: l’affermazione diffusa del principio secondo il quale la sovranità risiedeva nella cittadinanza. Le varie monarchie, con intensità maggiore nell’impero tedesco, nell’Austria-Ungheria e in Spagna, cercano di contenere il “potere della democrazia”, che va affermandosi, attraverso l’istituto della prerogativa regia. In ambito accademico, l’istituto della prerogativa regia è quel complesso di norme e principi in base ai quali il supremo potere di comando spetta, all’interno di una monarchia, in ultima analisi al re. Ma, anche l’istituzione democratica conserva la sua prerogativa regia: “il segreto di stato”che non permette la piena realizzazione della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani. I regimi costituzionali, spesso, risultano essere “incompleti” nell’ambito delle materie militari e di politica estera. Permane vivo il principio di un “segreto di stato” da mantenersi opportunamente celato alla cittadinanza e alle sue proiezioni parlamentari. Il “segreto di stato” alimenta quelle “prerogative sovrane” o “ragion di stato” che continuano a configurarsi come il presupposto concettuale di un potere velato, circoscritto in tempo di pace, ma destinato ad accrescere il proprio ambito d’azione e di irradiazione in un contesto eccezionale, come quello della guerra, del terrorismo globale o di particolari crisi economiche e politiche.  Il diritto umano alla conoscenza può, universalmente, rappresentare il freno decisivo a tale irradiazione, circoscrivendo il perimetro d’azione del potere come “prerogativa regia”. Alla metà degli anni Novanta, la Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite incaricò il giurista francese Louis Joinet di identificare un corpus di principi a cui gli stati si dovrebbero attenere per evitare che le violazioni dei diritti umani restino impunite. Joinet formulò una definizione di “right to know”: “Il diritto alla conoscenza non è solo un diritto di ogni singola vittima o dei suoi congiunti di sapere cosa sia successo, un diritto alla verità. Il diritto alla conoscenza è anche un diritto collettivo che permette di trarre frutto dalla storia per impedire che violazioni dei diritti umani si verificano nuovamente in futuro”. Nel 2005, la Commissione Onu per i diritti umani ha elaborato un aggiornamento di questi principi sostenendo: “Ogni popolo ha il diritto inalienabile di conoscere la verità su eventi passati concernerti l’esecuzione di crimini odiosi e sulle circostanze, e le ragioni che hanno portato, attraverso massicce e sistematiche violazioni a consumare tali crimini”. La formulazione dettagliata del “diritto umano alla conoscenza” rappresenta la proposta universalistica allo strapotere della ragion di stato a partire dalla parte “opaca” delle istituzioni democratiche. Non si tratta di abolire il segreto di stato, attualmente impensabile da riscontrarsi e affermarsi, ma di riformulare in ambito internazionale tale prerogativa, permettendo ai cittadini di vivere in una democrazia rispettosa del Diritto, che consenta loro l’accesso alle informazioni sulle manovre dei governi che possono cambiare il corso della storia. La guerra in Iraq e la condanna a morte di Saddam ne rappresentano l’esempio.

Analisi elaborata da Domenico Letizia per The Foundation for Law and International Affairs (FLIA) e The Coalition for Peace and Ethics (CPE) in occasione della  Themes for the First Session of the Forum on Human Rights, Democracy, and the Rule of Law

Per leggere la documentazione presentata alle Nazioni Unite, scaricare il pdf seguenteFLIA-CPE-Submission

 

 

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