domenica, Dicembre 15

Artico e ambiente, la sfida della Norvegia

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Artico e ambiente, la sfida della Norvegia

L’ambasciatore a Oslo: il Fondo sovrano molto interessato agli investimenti in Italia

OSLO – I Norvegesi si sono recati alle urne, lunedì, per eleggere i 169 membri dello Storting, il Parlamento unicamerale del Regno di Norvegia, attraverso un sistema proporzionale e 19 contee. Prima delle elezioni premier del paese è stata Erna Solberg, premier di un governo di minoranza formato dal Partito Conservatore e dal Partito del Progresso, sostenuti da due partiti d’opposizione, liberale e cristiano democratico. E’ stata riconfermata. Sulla scheda gli elettori hanno scelto tra 16 partiti in gara; tra di loro solo otto però erano già in Parlamento. Tentiamo di comprendere la volontà elettorale, la politica norvegese e le novità parlamentari nel paese attraverso l’Ambasciatore italiano nel Regno di Norvegia, Giorgio Novello (nella foto in alto).
Cominciamo con una ‘panoramica’ delle ultime elezioni…


Devo necessariamente dare una risposta articolata. In termini di seggi, la coalizione di centro-destra, che già aveva la maggioranza in Parlamento, ha vinto con 88 seggi sui 169 complessivi. La Prima Ministro Erna Solberg, del partito conservatore, ha potuto promettere ai norvegesi quattro nuovi anni di Governo sotto la sua guida. Tuttavia, lo schieramento di centro-sinistra (80 seggi in totale) ha ottenuto oltre 10.000 voti in più dei rivali.

Il partito laburista, pur con un risultato deludente rispetto ai sondaggi, si è confermato il maggior partito del Paese.

Inizieranno ora i negoziati per la formazione del nuovo Governo, che almeno in una prima fase vedranno impegnati i conservatori, i liberisti-nazionali- sti del Partito del Progresso, i liberali e i cristiano- democratici. Si prevedono negoziati lunghi e probabilmente non facili.
Ma c’è comunque una data certa: il 9 ottobre, giorno in cui Re Harald inaugurerà formalmente il nuovo Parlamento con il suo discorso dal trono.

Cosa l’ha colpito di più di queste elezioni?

Dopo oltre quattro anni in Norvegia, questo Paese continua a stupirmi e ad offrirmi nuove affascinanti prospettive. Per rispondere alla sua domanda direi tre cose. In primo luogo, la possibilità offerta ai cittadini
con problemi specifici, soprattutto di salute, di poter votare a casa propria. Nel periodo precedente le giornate elettorali vere e proprie, degli appositi incaricati si recano a domicilio con la scheda elettorale e l’urna per
deporre il voto. In secondo luogo, le elezioni simulate che hanno luogo nelle scuole del Paese una settimana prima delle elezioni vere e proprie. I rappresentanti dei partiti visitano appunto le scuole, presentano le loro posizioni e ne dibattono con gli studenti. Questi ultimi poi esprimono il loro voto appunto in una simulazione che qui è presa molto sul serio in quanto normalmente predice il vero risultato finale. Anche le mie due figlie hanno partecipato all’iniziativa e, a quanto mi hanno detto, hanno “votato” per due partiti diversi. Più in generale, direi che la campagna elettorale, con i risultati emersi lunedì notte e le prospettive per la prossima legislatura confermano come la Norvegia riesca nell’impresa apparentemente impossibile di conciliare da un lato una straordinaria stabilità e un’amplissima  convergenza sulle principali tematiche (soprattutto in politica estera) e dall’altro un dibattito politico intenso tra un grande numero di partiti ben nove dei quali (dalla sinistra radicale alla destra nazional-liberista) sono oggi rappresentati al Parlamento monocamerale.

Le proiezioni elettorali hanno centrato l’attenzione sulla competizione tra i conservatori (Høyre) di Erna Solberg con il Partito del lavoro (Arbeiderpar- tiet) guidato da Jonas Gahr Støre, partito più votato nel 2013, con il 30.8% di consensi raccolti e 55 seggi in parlamento. Possiamo analizzare tali formazioni e i valori politici alla base della competizione?

Lei ricorda giustamente come i due principali partiti del Paese siano i laburisti e i conservatori. Ovviamente vi sono delle  differenze, dovute alla diversa matrice culturale e programmatica: ad
esempio i laburisti sono maggiormente sensibili alle tematiche dell’uguaglianza e della
redistribuzione, i conservatori all’iniziativa individuale e all’economia di mercato. Tipicamente
norvege- se è però il fatto che, pragmaticamente, i due partiti assumono spesso posizioni
convergenti e perseguono lo stesso tipo di politiche economiche e sociali. Questo nel rispetto
dell’altra tradizione norvegese: la concertazio- ne tra Governo, sindacati ed imprese. L’abbiamo
visto diversi mesi fa con un accordo bipartisan sull’immigra- zione; ma lo vediamo anche nel medio
e lungo periodo. Mi hanno molto colpito i risultati dell’analisi di un noto centro di ricerca che
ha appurato come il tasso annuo medio di crescita dell’economia negli ultimi trenta anni sia stato
esattamente lo stesso (2,7%) sia nei periodi con i governi a guida laburista che in quelli a guida
conservatrice. Le vere differenze si riscontrano piutto- sto nelle formazioni minori, quelle che
oscillano tra il 3 e il 10% e che sono comunque decisive per formare ogni maggioranza. Si tratta di
formazioni che spesso focalizzano la propria ragion d’essere su di uno o due messaggi forti: la
difesa dell’ambiente per i verdi, l’in- clusività per i socialisti di sinistra, la difesa
dell’agri- coltura e delle autonomie locali per i centristi, la tradi- zione religiosa per i
cristiano-popolari, l’educazione per i liberali. Insomma, anche questo conferma come il quadro
politico norvegese sia articolato, sofisticato e tutt’altro che semplice.
La Norvegia fa parte dell’alleanza militare NATO, non fa parte dell’Unione europea, ma insieme a
Svizzera, Islanda e Liechtenstein partecipa all’Asso- ciazione europea di libero scambio (EFTA).
Attra- verso l’EFTA, la Norvegia accede allo Spazio econo- mico europeo (EEA), il cui intento è
proprio quello di estendere il mercato comune interno dell’Unione a questi paesi. Che
sostanziali novità possiamo riscontrare con il nuovo governo e quali saranno i punti di maggiore
interesse? Ed inoltre: i principali partiti del paese, gli unici a superare la soglia del 10 per
cento alle elezioni del 2013, furono tre: il partito Laburista, il partito Conservatore e il
partito del Progresso. Chi ha una visione più europeista e quali sono le maggiori proposte
avanzate?
Il punto di partenza è chiaro: la Norvegia ha rifiutato per due volte con referendum di aderire
all’Unione Europea e ha scelto di collaborare con quest’ultima all’interno dello Spazio Economico
Europeo. Detto ciò, ci sono sfumature tra i partiti: ad esempio il Partito di
Centro, vicino al mondo agricolo e favorevole ad un ampio decentramento, è molto cauto sull’Europa;
i conservatori sono tradizionalmente meno lontani da Bruxelles dei laburisti. Ma le vere differenze
sono tra- sversali, e vedono piuttosto su posizioni diverse le città rispetto alle campagne, l’alta
dirigenza politica e amministrativa rispetto al “Paese profondo”, e anche i giovani rispetto ai
meno giovani. In ogni caso quello di cui si discuterà in futuro anche con il nuovo Parlamen- to non
sarà certo una del tutto inimmaginabile adesione della Norvegia all’Unione Europea, quanto
piuttosto come gestire al meglio gli attuali rapporti con quest’ul- tima (che sono intensissimi e
fattivi). Sullo sfondo vi è l’incognita di Brexit e dei suoi effetti anche sulla Norve- gia: da
molte parti è stata menzionata l’ipotesi di una soluzione “alla norvegese” per quando Londra avrà
lasciato l’Unione, basata proprio sullo Spazio Econo- mico Europeo che in sintesi è il meccanismo
che con- sente alla Norvegia di collaborare strettamente con l’Unione Europea pur restandone
fuori. Ma devo anche aggiungere che durante la campagna elettorale si sono sentite chiaramente le
voci di chi chiede quantomeno una profonda riforma proprio dello Spazio Economico Europeo. Ricordo,
anche, che proprio il Partito di Cen- tro, il più critico al riguardo, ha praticamente raddop-
piato i voti confermandosi con distacco il quarto partito norvegese e registrando la maggior
avanzata tra tutte queste forze politiche.
Molti analisti hanno studiato la piccola formazione “Verde” nel Paese, che sembra sia quella
che più di ogni altra ha guadagnato consensi prima delle ele- zioni. Il programma del partito
sostiene l’agricoltura biologica, l’innovazione in linea con il rispetto del- l’ambiente,
l’industria sostenibile e il benessere degli animali. Che novità potrebbero elaborare nel nuovo
governo?
I Verdi (ufficialmente denominati Miljøpartiet De Grøn- ne) sono stati a lungo accreditati di buon
risultato dai sondaggi ma poi non hanno raggiunto la soglia del 4% e si sono quindi limitati a
confermare l’unico seggio parlamentare che avevano. Non per questo saranno marginale nella scena
politica del Paese soprattutto perché governano con i laburisti la capitale Oslo ed altre città del
Paese. La grande sensibilità all’ambiente è comunque qui largamente condivisa da tutti i partiti e
da tutta la società norvegese. Faccio un esempio: nel- l’ultimo anno, il 40% delle nuove
immatricolazioni in Norvegia hanno riguardato auto elettriche. Certo, i norvegesi sono spinti a
comprare auto elettriche perchè su queste ultime pagano solo una frazione delle altissi- me tasse
che gravano sugli altri modelli; ma resta una grande apertura generale alle tematiche ambientali.
L’Artico, le sue prospettive e le sue problematiche è rientrato nel dibattito elettorale
norvegese? Che proposte sono state avanzate?
Tutte le forze politiche in Norvegia concordano sul ruolo strategico, politico e sociale
dell’Artico. Divergo- no però su taluni punti specifici, in particolare lo sfrut- tamento delle
risorse di gas e petrolio situate offshore al di là del Circolo Polare. I partiti maggiori,
conserva- tori e laburisti in testa, non sono contrari ad un cauto proseguimento dell’attività di
produzione ed esplorazio- ne in corso, che finora hanno dato buoni risultati anche grazie alle
nostra ENI. Altri, in particolare i Verdi, sono assolutamente contrari a questa prospettiva, in
partico- lare per quanto riguarda l’arcipelago delle Lofoten finora escluso dalle ricerche per la
sua straordinaria valenza naturalistica e paesaggistica. Questo è un aspetto di un dibattito
molto più generale ormai avviato in Norvegia sulla “quarta rivoluzione energetica”. La prima ha
avuto come base l’idroelettrico. Dagli anni Settanta del secolo scorso c’è stato il boom del
petrolio; l’ultimo decennio ha visto la crescente importanza del gas naturale di cui la Norvegia è
il terzo esportatore mondiale; si punta ora alle rinnovabili, con un mercato crescente nel quale si
stanno ben inserendo anche gruppi italiani (Falck nell’eolico, Troyer nell’idroelettrico).
Sottolineo anche che, in concomitanza con le elezioni del Parlamento nazionale, hanno avuto luogo
anche le elezioni al Parlamento Sami, un’assemblea di carattere sostanzialmente consultivo ma
dotata di considerevole autorevolezza, eletta dai cittadini norvegesi che si riconoscono appunto
nell’etnia sami delle popolazioni tradizionalmente risiedenti nelle zone artiche. Alle votazioni hanno partecipato persone, risiedenti non solo nelle tre contee artiche di Nordland, Troms e
Finmark, ma in tutto il Paese.
La Norvegia è uno dei più importanti produttori di petrolio e di gas in tutto il globo, il cui
fondo sovra- no, lo Statens pensjonsfond è il più ricco del mondo. La gestione del fondo e delle
sue risorse è stata al centro del dibattito pubblico a Oslo. Che novità si prevedono con il
nuovo governo?
Il Fondo Sovrano ha superato per la prima volta il valore complessivo di mille miliardi di dollari
proprio nelle ore in cui si effettuava il conteggio dei voti. Si tratta di una coincidenza, nella
quale ha ovviamente pesato il gioco di tasso di cambio tra le varie valute nelle quali il fondo
stesso investe, ma si tratta di un evento di forte portata anche simbolica. Ciò detto, è presto per
prevedere eventuali decisioni del nuovo Governo. Periodica- mente, emergono proposte di riforma
strutturale e di cambio di strategie. Ma il Fondo deve la sua forza pro- prio alla sua
adattabilità, alla sua capacità di differenziare i propri investimenti e anche di modificare il
mix geografico e tipologico (in particolare il rapporto tra investimenti in azioni, in titoli di
Stato o privati a reddito fisso e nell’immobiliare). La stampa internazionale ha parlato molto di
una proposta tecnica del Fondo per modificare le valute di riferimento nel determinare il benchmark
di misurazione delle performances. Staremo a vedere se la proposta sarà approvata dal nuovo
Governo e se effettivamente, come taluni osservatori pronosticano, ciò costituirà la premessa di
qualche mutamento strategico. Resta comunque il fatto che il Fondo è molto interessato all’Italia,
dove rappresenta il terzo investitore straniero alla Borsa di Milano.

(*Analista politico e geo economico. Si occupa con vari Think Tank dell’analisi dei fenomeni
economici e geopolitici del Mediterraneo, del Caucaso, dei Balcani e dell’Artico)

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