martedì, Novembre 19

GENITORIALITÀ IN CARCERE E DIRITTI DEI FIGLI DEI DETENUTI

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Secondo i dati forniti dal DAP aggiornati al 30 giugno 2018 in Italia ci sono 47 madri detenute con 52 bambini, di cui 34 ospitati negli ICAM e 18 nelle sezioni nido delle carceri. Sempre secondo gli stessi dati sono 58 913 i figli di detenuti. Un popolo silenzioso, svantaggiato, purtroppo, quanto innocente, ma allo stesso modo fortemente responsabile del recupero del genitore colpevole. È dimostrato infatti che un detenuto che ha conservato i legami familiari rischia meno la recidività. Fra ottobre 2013 e novembre 2014 l’ISP (Istituto di Studi sulla Paternità) ha condotto una ricerca su circa 200 detenuti in sette carceri italiane (Rebibbia, Velletri, Civitavecchia Nuovo Complesso, Civitavecchia Casa di Reclusione, Secondigliano, Sollicciano e Ucciardone).  La ricerca ha dimostrato che nella maggior parte dei detenuti il sentimento genitoriale aveva permesso di mantenere acceso il senso di responsabilità e di affettività in capo all’individuo, in maniera utile a sostenere il suo percorso riabilitativo. Coerentemente all’articolo 27 della Costituzione che recita “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” ci si aspetterebbe, dunque, non solo una particolare attenzione, ma soprattutto l’attivazione di buone pratiche finalizzate ad agevolare e supportare i rapporti tra detenuti e figli. Ma in Italia, al di là di qualche iniziativa portata avanti in alcune città da associazioni o cooperative sociali, rimesse alla volontà di poche persone tanto virtuose quanto tenaci, e nonostante la selva di leggi volte alla salvaguardia della dimensione umana del detenuto (non ultimo il decreto n°121 del 2 ottobre 2018 che disciplina l’esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni), rimangono ancora molti i punti critici degni di una maggiore attenzione e soprattutto soluzione. Ai detenuti, ad esempio, è concesso di incontrare i propri familiari per soli sei colloqui al mese di un’ora ciascuno, che diventano quattro per gli internati e i sottoposti al 41 bis. Se consideriamo poi che non vige il principio della territorialità della pena, possiamo immaginare che gli incontri diventano ancora più complicati, dovendo sottoporre i familiari a viaggi estenuanti. E poi guardando ancor più nel dettaglio, la maggior parte delle visite avvengono in ambienti disumani e sotto continui controlli di sicurezza, secondo quanto previsto dall’articolo 37 del DPR 230/2000. Nonostante le ripetute condanne all’Italia da parte della Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo (rinnovate di recente con il “caso Provenzano”), le raccomandazioni sulla detenzione da parte del Consiglio d’Europa e la Convenzione Internazionale sui diritti del fanciullo (la quale stabilisce espressamente che l’interesse dello stesso debba essere preminente su ogni decisione, sia essa istituzionale o privata), il quadro normativo italiano che regola la relazione genitore-figlio all’interno del carcere risulta essere polverizzato e ancor peggio non propriamente applicato. Rimane lunga la strada per definirci in questo ambito un paese a tutti gli effetti civilizzato, considerato che abbiamo un agente di polizia ogni 1,8 detenuti ed un educatore ogni 200 detenuti. Di tutto questo si è parlato durante il convegno nazionale tenutosi lo scorso venerdì nella sala conferenza di Palazzo Sciarra, dal titolo “genitorialità in carcere e diritti dei bambini e delle bambine figli di detenuti”, organizzato dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale e dalla Cooperativa Cecilia, con il patrocinio del Ministero della Giustizia. Dopo i saluti di Emmanuele F. M. Emanuele (Presidente della Fondazione Terzo Pilastro ) e Francesco Basentini (Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), Lillo De Mauro, Responsabile Area Giudiziaria, Presidente della consulta penitenziaria di Roma Capitale e della Conferenza volontariati Giustizia Lazio, nonché promotore del convegno, ha moderato un dibattito sul ruolo delle istituzioni che ha visto coinvolti Alida Montaldi (Presidente del Tribunale dei Minori di Roma), Cesare Placanica (Presidente della Camera Penale di Roma), Cinzia Calandrino (Provveditore del Lazio al Ministero della Giustizia), Laura Baldassarre (Assessore alla Persona, scuola e comunità solidale di Roma Capitale), Jacopo Marzetti (Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio), Gabriella Stramaccioni (Garante Detenuti del Comune di Roma Capitale) e Susanna Marietti (Associazione Antigone). Ha seguito un workshop dedicato alle esperienze e alle buone prassi emerse da un precedente confronto condotto tra il sopracitato Lillo De Mauro e Marina D’Amato, docente ordinario presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Roma Tre nonché pioniera in Italia nell’insegnamento di Sociologia dell’Infanzia. Il workshop ha visto coinvolti Raffaella Milano (Direttrice dei programmi Italia – Europa Save the Children), Maurizio Quilici (Presidente dell’Istituto Studi sulla paternità), Pierpaolo D’Andria (Direttore C.C.N.C. Viterbo), Silvana Sergi (Direttore C.C. Regina Coeli), Giovanna Longo (Presidente dell’associazione A Roma Insieme – Leda Colombini), Lia Sacerdote (Presidente dell’associazione Bambini senza sbarre), Carla Forcolin (Presidente dell’associazione La gabbianella e altri Animali) Andrea Tollis (Presidente dell’associazione Ciao Milano). Tutte le esperienze riportate hanno dimostrato come il colore, il gioco, l’emotività portata in carcere attraverso attività che coinvolgono i detenuti ed i loro figli, possono portare benefici da una parte al percorso rieducativo del detenuto, dall’altra alla biografia del proprio figlio. Hanno concluso Daniela De Robert (Autorità Garante dei diritti delle persone detenute o prive della libertà personale) e Filomena Albano (Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza). Durante quello che Andrea Tollis ha definito “un tavolo storico”, sono state individuate le azioni anche in sede legislativa necessarie a garantire la tutela della genitorialità in carcere, attraverso l’analisi e la valorizzazione delle iniziative di maggiore successo e la messa in rete dei vari soggetti coinvolti (istituzioni ed enti locali in primis), al fine di operare con più forza nel raggiungimento degli obiettivi. Come ha dichiarato il presidente Lillo Di Mauro “noi oggi dobbiamo avviare un percorso che contribuisca a tutelare la relazione genitore-figlio all’interno e all’esterno del carcere, individuando quali rapporti debbano intercorrere tra istituzioni locali e nazionali […] mettere in luce eventuali carenze e proporre interventi che sanciscano il diritto al genitore detenuto di esercitare le proprie  funzioni ed al bambino di essere protetto e sostenuto in un momento difficile della sua esistenza”. Di Mauro ha concluso affermando che “la genitorialità non è solo un fatto biologico, ma anche sociale, culturale, psicologico e legislativo: promuoviamo allora una sinergia tra scienze psicologiche, sociologiche, giuridiche per produrre le necessarie buone prassi”. Al centro della questione rimane la necessità di concepire il carcere non come un luogo di punizione e vendetta, ma come un luogo di recupero in cui si riconosca la dignità umana del detenuto e si agisca al fine di garantire un risanato reinserimento sociale, così come la legge Gozzini ci aveva insegnato a fare.

Approfondimento curato da Marilea Laviola

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Elio De Rosa

Consulene aziendale presso Studio Razzino & Associati - Consulenze agronomiche, ambientali ed alimentari. Dott. Elio De Rosa, Agronomo

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