lunedì, Novembre 11

Il “caso” Nagorno Karabakh

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Quattro risoluzioni Onu non sono state sufficienti per mettere la parola fine alle ostilità che da oltre vent’anni agitano il Caucaso provocando migliaia di vittime e profughi tra la popolazione azera. Forte del supporto dell’Armenia: una regione che continua ad esistere nonostante la sua illegittimità. La giornalista Carla De Leo, del Periodico italiano magazine, intervista, per il numero di novembre, il saggista e analista IREPI Domenico Letizia. Riportiamo di seguito l’intervista.

 

Domenico Letizia, perché il conflitto del Nagorno-Karabakh è un conflitto dimenticato?

Giuridicamente il Nagorno Karabakh non esiste. Nessun Paese del mondo, a partire dalla stessa Armenia, ne ha riconosciuto l’indipendenza e quattro risoluzioni delle Nazioni Unite richiamano all’integrità territoriale dell’Azerbaigian, sia per il Karabakh che per i territori occupati. La guerra scoppiata nel 1992 non si risolse soltanto nell’occupazione armena della regione, ma anche di altri sette distretti azerbaigiani non reclamati dall’Armenia, ma occupati per ragioni strategiche. Ancora oggi, a un quarto di secolo dagli avvenimenti, circa un milione tra rifugiati interni e profughi azeri vive in Azerbaigian, scacciati dalle proprie case e dal proprio territorio. E’ il prezzo più sanguinoso, assieme alle vittime di un conflitto che la comunità internazionale sembra incapace di risolvere. E’ il cosiddetto gruppo di Minsk, costituito in seno all’Ocse e presieduto da Francia, Usa e Russia, ad avere la titolarità dei negoziati.

Nonostante il ‘cessate il fuoco’ del 1994, i continui incidenti che si verificano lungo la linea di divisione mostrano in realtà una situazione tutt’altro che stabile: secondo lei, perché la comunità internazionale sembra così poco interessata a giungere ad una soluzione definitiva?

Molte problematiche sono generate dall’intervento politico ed economico della Russia. La diaspora armena, invece, conta di molti dollari e amici in tutto il mondo. Qualche notizia speranzosa è giunta proprio nelle ultime settimane. I presidenti dell’Armenia e dell’Azerbaigian, Serzh Sargsyan e Ilham Aliyev, si sono recentemente recati a Ginevra nel tentativo di avviare una serie di colloqui sulla risoluzione del conflitto. I colloqui sono stati organizzati dai copresidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce (Francia, Russia e Stati Uniti) grazie ai precedenti e recenti colloqui avuti con i due capi di stato. Una dichiarazione congiunta, rilasciata dai due ministri degli esteri e dai co-presidenti del gruppo di Minsk dopo i colloqui, ha affermato che “l’incontro ha avuto luogo in un’atmosfera costruttiva”, evidenziando che “i presidenti hanno accettato di adottare misure per intensificare il processo negoziale e prendere ulteriori misure per ridurre le tensioni sulla linea di contatto”. I co-presidenti hanno espresso inoltre la loro soddisfazione per questi colloqui diretti, che hanno avuto luogo dopo un lungo intervallo. Hanno dichiarato che “rimangono pronti a lavorare con le parti per mediare una soluzione pacificamente negoziata del conflitto e come prossimo passo organizzeranno sessioni di lavoro con i ministri”. Il clima positivo generato dai colloqui si è però rotto solo dopo qualche ora, quando il presidente armeno Sarkisyan, contrario alle promesse fatte nei colloqui stessi, ha raccontato l’esito dell’incontro ai rappresentanti della diaspora armena all’Ambasciata dell’Armenia presso la Svizzera: “Per quanto riguarda le possibili soluzioni del problema, non c’è un accordo concreto. Vorrei che tutti fossero sicuri su una cosa, per noi non può esistere una soluzione che comprometta in un senso o nell’altro la sicurezza del Karabakh. L’unica soluzione per noi è che il Karabakh sia al di fuori dei confini dell’Azerbaigian. Mai, nessun leader armeno non potrà accettare ed eseguire una tale decisione”. I colloqui tra i capi di stato sono avvenuti dopo le recenti tensioni scoppiate nel luglio di quest’anno quando colpi di mortai lanciati dall’esercito dell’Armenia hanno ucciso due civili azeri, una donna anziana ed una bambina di due anni nel villaggio di Alkhanli, situato nel distretto di Fizuli dell’Azerbaigian, nella parte meridionale del Karabakh.

Quanto contano gli interessi nel settore petrolifero in prospettiva di risoluzione delle ostilità?

Più che gli interessi petroliferi è la mala informazione a generare confusione e non comprensione. Nel 1988 l’Armenia avviò le sue rivendicazioni territoriali nei confronti dei territori dell’Azerbaigian e nello stesso tempo tutti gli azerbaigiani in Armenia vennero deportati dalle loro terre. Esploso prepotentemente con il dissolversi dell’URSS, lo scontro vede la regione del Nagorno-Karabakh e i 7 distretti azerbaigiani adiacenti, circa il 20% dei territori riconosciuti internazionalmente dell’Azerbaigian occupati dalle Forze Armate dell’Armenia, che ha portato anche ad una pulizia etnica contro gli azerbaigiani di questi territori e ad atti di barbarie, la cui massima espressione fu il massacro, da molti riconosciuto come genocidio, contro civili azerbaigiani nella città di Khojali nella notte del 25-26 febbraio 1992. Eppure, la soluzione al conflitto c’è: basterebbe rispettare il diritto internazionale e le convenzioni Onu. Le risoluzioni n. 822 (1993), 853 (1993), 874 (1993) e 884 (1993) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che confermano l’integrità territoriale dell’Azerbaigian e richiedono all’Armenia il ritiro urgente, incondizionato e completo di tutte le sue truppe dai territori occupati dell’Azerbaigian rimangono non eseguite e ignorate.

Russia, Stati Uniti e Turchia: ci spiegherebbe in che modo sarebbero coinvolte nel conflitto, se scoppiasse una nuova guerra tra il Nagorno-Karabakh e l’Azerbaigian?

Attualmente, il Caucaso resta di prioritaria importanza nella lotta al terrorismo e allo stato islamico. Russia e Stati Uniti hanno da tempo compreso l’importanza del Caucaso, invece, è storicamente riconosciuta l’amicizia tra Turchia e Azerbaigian. L’Armenia ha recentemente accusato l’Azerbaigian di ospitare membri dell’Isis tra le fila del proprio esercito, ma l’Azerbaigian respinge le accuse dichiarandone la falsità e attribuendole alla disinformazione e alla volontà di screditare l’Azerbaigian, oltre che ad oggi non ci sono prove di ciò. L’Azerbaigian possiede, infatti, un esercito regolare, che agisce nel rispetto della normativa internazionale.

L’Azerbaigian ribadisce invece che ci sono prove della presenza di membri di Asala – organismo terroristico armeno – nell’esercito dell’Armenia.

L’eccidio di Khojaly, così come la questione dei profughi interni, sono palesi dimostrazioni di violazione dei diritti umani operate dall’Armenia a scapito della popolazione azera: perché non vengono affrontate in via definitiva? E cosa potrebbero fare le organizzazioni internazionali in merito?

Semplicemente adottare le risoluzioni ONU. Le risoluzioni n. 822 (1993), 853 (1993), 874 (1993) e 884 (1993) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che confermano l’integrità territoriale dell’Azerbaigian e richiedono all’Armenia il ritiro urgente, incondizionato e completo di tutte le sue truppe dai territori occupati dell’Azerbaigian rimangono non eseguite e ignorate dall’Armenia. Inoltre, novità potrebbero giungere dai lavori e sforzi della “Piattaforma Armeno-Azerbaigiana per la Pace”. Nel novembre 2016 a Baku si è svolta una conferenza di pace intitolata: “Il conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian: gli ostacoli maggiori e il processo di mediazione. Punti di vista dell’Armenia e dell’Azerbaigian”, che ha visto la partecipazione di numerosi attivisti per i diritti umani sia dell’Azerbaigian che dell’Armenia. Obiettivo prioritario della conferenza è stato quello di riuscire a riunire attorno allo stesso tavolo rappresentanti sia dell’Armenia che dell’Azerbaigian, attraverso un dialogo difficile ma costruttivo. Prima dell’avvio dei lavori della conferenza, i rappresentanti armeni hanno chiesto perdono per il genocidio di Khojaly commesso dall’esercito dell’Armenia contro i civili azeri nel 1992, visitando il memoriale dedicato alla strage nella capitale azera di Baku.

L’analista IREPI Domenico Letizia a Baku in compagnia del Centro Studi “Il Nodo di Gordio”.

La conferenza ha prodotto la “Piattaforma Armeno-Azerbaigiana per la Pace”, in cui vengono analizzate le varie problematiche, tenendo conto delle norme e dei principi del diritto internazionale e delle procedure previste dall’Atto finale di Helsinki. “I partecipanti hanno invitato il governo dell’Armenia ad eliminare di fatto l’occupazione, ritirando le truppe, garantendo il ritorno dignitoso degli sfollati alle loro terre e invitando alla ripresa delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Azerbaigian sulla base delle risoluzioni dell’Osce, Nazioni Unite e Consiglio d’Europa”, possiamo leggere nella piattaforma, sottoscritta da parte armena da Vage Aventian dell’Organizzazione “Human Rights Defenders”, Vaan Martiosian presidente dell’Organizzazione “Movimento di Liberazione Nazionale”, dalla giornalista Susan Djaginian, vice presidente della Ong “Meridian”, e da parte azerbaigiana da Rovshan Rzayev, membro della Comunità azera del Nagorno-Karabakh, da Kamil Salimov, docente dell’Università di Baku e da Shalala Hasanova, presidente dell’Organizzazione “Support for the Development of Communication with Public”. La “Piattaforma Armeno-Azerbaigiana per la Pace” tende alla soluzione del conflitto nel quadro dell’integrità territoriale, ovvero, i confini internazionalmente riconosciuti dell’Azerbaigian, motivando la nascita di tale Piattaforma dal fatto che, nonostante siano passati decenni, le autorità dell’Armenia proseguono nel tentativo di prolungare lo status quo nei territori azerbaigiani sotto occupazione militare da parte della stessa. La piattaforma è aperta alle istituzioni della società civile, alle Organizzazioni non governative, agli accademici di entrambi i Paesi, così come alla gente comune di tutte le nazioni interessate a rafforzare gli elementi stabiliti dalla Piattaforma.

Di seguito la copertina e le pagine dell’intervista del numero di novembre del Periodico italiano magazine:

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