venerdì, maggio 25

Voci partigiane di Simona Teodori

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Si può essere partigiani senza aver mai imbracciato un fucile ma l’arma della memoria che è, spesso, più forte persino dei carri armati. Ce lo dimostra perfettamente Simona Teodori la quale non ha partecipato alla guerra se non attraverso i racconti di suo nonno, vere e proprie palle di fuoco che hanno viaggiato attraverso la memoria fino ad atterrare sulle pagine di un libro tanto dirompente quanto straordinario. Si chiama “Voci partigiane” ed è una raccolta di quattro racconti ambientati sull’Appennino tosco-emiliano, meglio conosciuto come Linea Gotica. La voce narrante cambia per ogni racconto, così come cambiano i personaggi. “Le due voci femminili riflettono il mio stile, quelle maschili lo stile di mio nonno. Le nostre due anime convergono in questo libro” ci ha confessato Simona. Nel libro troviamo l’orrore della guerra, la tenacia di chi l’ha combattuta, la passione di due amanti ma soprattutto il bene supremo della vita umana che, valicando gli schieramenti imposti dal conflitto, spinge persino al perdono. Il comune essere uomini, oltre che italiani, riporta infatti tutti dalla stessa parte. Intervista a cura di Marilea Laviola

 

  • La dedica che Lei rivolge a Suo nonno e ai suoi figli ad incipit del libro, sembra rivelare il movente del racconto. Può spiegarci meglio il suo significato?

La dedica all’inizio del libro è al tempo stesso un ringraziamento per quello che ho ricevuto come eredità morale e un augurio ai miei figli (e ai giovani che leggeranno le mie pagine) di riuscire a cogliere essi stessi la memoria che mi è stata tramandata. Una memoria che, come ripeto spesso, è importante non dimenticare e tramandare a chi – per ragioni anagrafiche – non ha potuto ascoltare i racconti di quegli anni così orribili da coloro che li avevano vissuti sulla propria pelle. Perché esistono dei valori universali, posti al disopra della storia, che devono essere nutriti, conservati e condivisi.

 

  • Perché secondo Lei è così importante conservare il ricordo di questo tragico evento?

Io credo che sia fondamentale mantenere viva la memoria sulla nostra storia perché ogni singolo evento ha portato con sé, inevitabilmente, un insegnamento. Senza memoria non c’è un futuro consapevole. Tuttavia quello che ho desiderato raccontare è la vita. Non c’è tanta storia quanta vita in queste pagine. Ci sono occhi, voci, volti che hanno trovato posto in un affresco corale che spero riesca non solo a riportarci indietro nel tempo a quei giorni ma a ricontestualizzarli, a dare loro forza, attualità.

 

  • Da dove nasce l’idea di sovrapporre la guerra di resistenza italiana alla guerra di liberazione irlandese?

Nel libro non esiste una sovrapposizione ma un richiamo. Uno dei personaggi principali, Giovanna, è un’aristocratica irlandese che ha sposato un conte italiano. Ha vissuto già da ragazzina, in patria, il sentimento di patriottismo e di ribellione all’invasore (come il governo inglese veniva visto in Irlanda prima della proclamazione della Repubblica nel 1921). E’ stato inevitabile accostare gli stessi sentimenti alla guerra partigiana sulle montagne contro i nazifascisti. Si trattava di una guerra di liberazione anche quella, una guerra di indipendenza per usare un termine più appropriato. In ogni caso erano situazioni che avevano punti in comune di grande forza.

  • Nel Suo libro concepisce la possibilità di amarsi da schieramenti opposti come soluzione per “contenere” la guerra senza però farla cessare.

In realtà i due protagonisti de “La Rossa e il Nero” sono perfettamente consapevoli dei loro limiti e non hanno alcuna intenzione di intervenire per fermare le ostilità perché sanno bene che sarebbe utopistico anche solo pensarlo. Però si amano (questo amore tra una “rossa” e una camicia nera è un fatto veramente accaduto qui a Roma, non sulla Linea Gotica) e l’amore ha consegnato loro una sensibilità più profonda per un valore più alto: la  vita umana. I miei personaggi hanno solo cercato di limitare le perdite umane senza abbandonare i rispettivi – lontanissimi – ideali politici che pure non rappresentavano, per loro, un ostacolo all’amore reciproco.

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