lunedì, settembre 24

Panel Sport, Religione e Diritti Umani al Convegno Sport e Cultura

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Durante i lavori del “Convegno Sport e Cultura”, focus della prima edizione “Sport e Globalizzazione”, ho avuto il piacere e l’onere di moderare il panel dedicato a “Sport, Religione e Diritti Umani”. Al panel ha partecipato Antonio Stango, politologo, editore ed esperto di Diritti Umani a livello internazionale, il professore Aldo Aledda, scrittore e docente universitario e il filosofo Romano Toppan, docente dell’Università di Verona. La discussione ha sviscerato la storia dello sport, lungi dal soffermarsi esclusivamente sul mero dato agonistico, ma come momento di riflessione sulle complesse dinamiche delle società contemporanee. Le domande rivolte ai relatori hanno evidenziato il carattere universale dei principi che regolano i diritti riconosciuti come universali e i principi dell’attualità sportiva. Il filosofo Toppan e il politologo Stango hanno ribadito l’essenzialità di una storiografia che guardi allo sviluppo della proiezione internazionale dello sport italiano. Sebbene la sfera dello sport sia relativamente autonoma rispetto al sistema di relazione a cui appartiene, i rapporti di forza dello sport internazionale tendono a riflettere quelli della politica internazionale. Il professore Aledda ha dichiarato che lo sport, in tale ottica, diventa un contenitore dove inserire morale e regole che la società tende a vedere nello sport, dimenticando il lato umano che si cela dietro ogni professionista e mitizzando quelli che sono i principi socialmente riconosciuti di correttezza e professionalità internazionale. La discussione ha analizzato il legame che lo sport moderno ha sviluppato nella dimensione internazionale, che ha finito per interagire con la politica internazionale e i suoi attori. Con “sport della contemporaneità”, definiamo un fenomeno che si presenta secolarizzato, prevede l’uguaglianza e l’universalità, come i principi alla base delle dichiarazioni universali dei diritti umani, consente a tutti di avere l’opportunità di competere garantendo in partenza le stesse opportunità di vittoria, richiede una sempre maggiore specializzazione, impone regole che ne razionalizzino le procedure e necessita di istituzioni che facilitino un’organizzazione burocratica, un approccio che ritroviamo anche nella storia delle religioni. Il politologo Stango, inoltre, ha soffermato l’attenzione sull’analisi dei rapporti di genere nell’attività sportiva, evidenziando i gap sostanziali che la contemporaneità svela e incentivando il dibattito ad un approfondimento sulla problematica di genere legata all’attività e alla gestione sportiva. Da un punto di vista accademico, quello fra sport e relazioni internazionali è stato a lungo un rapporto complicato. Lo sport veniva concepito come un qualcosa non imponente come la politica ma, contemporaneamente, come ad un qualcosa di puro, immune dalle meschinità del mondo politico. Con la fine del comunismo e il presentarsi della società in rete, la crescente attenzione verso la capacità di attrazione e di persuasione del capitale sociale ha riconosciuto la dimensione politica transnazionale dello sport. Molti sport non sono più identificabili come il prodotto di una singola nazionale, ma sono oggetto di studio solo in ottica internazionale, in cui l’avversario non è un nemico da abbattere ma un soggetto di cui si necessita per gareggiare. I relatori hanno evidenziato che è proprio la natura emozionale, insieme personale, pubblica e popolare, altamente visibile nello sport a rendere questo fenomeno significativo per le relazioni internazionali. Ritornando alle riflessioni di Aledda, lo sport può divenire strumento delle dittature ma può essere anche strumento per la diffusione di principi democratici e universalistici. Altro aspetto essenziale sottolineato dai relatori e in particolare dal professore Aledda è l’approccio superficiale e la tendenza a minimizzarne la portata nell’analizzare una serie di studi in rapporto a sport e giovani e sport ed educazione, in cui un certo numero di sociologi italiani, impegnati in ricerche sull’universo giovanile, cercano di sottovalutare l’importanza dell’attività sportiva, affrettando e semplificando le analisi e, qualche volta, addirittura inquinando, confondendo, svuotando e pasticciando dati. Per alcuni, praticare un’attività sportiva, nell’ambito delle attività organizzate, può costituire, sì, un fatto importante – e non può non esserlo perché i numeri sono lì a dimostrarlo – ma viene comunque posta dopo tanti altri interessi giovanili, spesso banali e casuali, oppure quasi fisiologici, come il ritrovarsi accanto al muretto o frequentare sale da ballo. Uno studioso serio come il politologo americano Robert Putnam, nel suo celebre saggio sulle Regioni italiane, non manca di constatare che l’associazionismo italiano è, in larghissima misura, di natura sportiva. I relatori, soffermandosi sull’esposizione di Aldo Aledda, hanno convenuto rimembrare che, nel rapporto tra universalismo, educazione e geopolitica, alla base vi è la constatazione che, per un paese alla costante ricerca di ciò che lo tiene insieme, lo sport assume un peculiare valore geopolitico, concetto anche religioso, come ribadito da Toppan. Il politologo Stango ha sottolineato che lo sport essendo un’attività che non possiede una valenza politica a priori, qualunque regime che lo desideri può veicolare la propria ideologia e le proprie politiche attraverso lo sport, esattamente come tutte le cause possono trasformare gli spazi pubblici dello sport in un palcoscenico internazionale. Considerata l’attualità dello sport, nell’epoca contemporanea, tale approccio è essenziale per la diffusione dei principi universali riconosciuti dalle convenzioni per i diritti umani. Le istituzioni sportive hanno generato un meccanismo istituzionale di organizzazioni internazionali che interagiscono tra loro, con quelle governative statali e con quelle internazionali non governative (ONG). Tale approccio, da sostenere, convengono tutti i relatori del panel, è evidente nella proposta degli organizzatori dei lavori di formulare, condividere e diffondere un “Manifesto dei diritti europei dello sport di tutti” da presentare al Consiglio d’Europa. L’affermazione della vittoria o della sconfitta in un’attività sportiva sono le due facce della stemma medaglia, riassumibili nel diritto alla partecipazione, all’inclusione e all’integrazione, contro ogni faziosità e discriminazione di qualsiasi genere.

Focus elaborato dall’analista Domenico Letizia, moderatore del panel “Sport, Religione e Diritti Umani” ai lavori, svoltosi a Monastier di Treviso il 6 novembre 2017, e organizzati dalla Rivista di Geopolitica Atlantis,  nell’ambito del tema Sport e Cultura, iniziato nel 2017 con il Focus Sport e Globalizzazione. Tanti i temi trattati nel diversi Panel.

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