martedì, aprile 24

La vita dei siriani rifugiati in Turchia. Reportage da Kilis

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Si è svolta la “Missione di Pasqua” per la Onlus “We Are” che durante la giornata del 1 aprile è stata a Kilis, sul confine turco siriano, presso una casa famiglia locale per rifugiati siriani, portando aiuti ai bambini ospiti della struttura. Sono stati donati vestiti e beni di prima necessità per i piccoli ospiti della struttura.  Ho partecipato alla Missione pubblicizzando i lavori, riprendendo i momenti importanti e descrivendo ciò che avveniva.  Protagonisti della “Missione di Pasqua” sono stati il Presidente della Onlus We Are Enrico Vandini, la Vice Presidente Lorella Morandi e Firas Mourad, attivista e volontario della Onlus. La Onlus We Are è stata fondata da 10 volontari già coinvolti e presenti nell’aiuto verso i rifugiati siriani nei campi turchi e siriani. In particolare, la struttura ha sempre prestato attenzione ai bambini e alla loro educazione. “We Are” raccoglie aiuti finanziari e materiali, al fine di organizzare e inviare container ai campi profughi, dove gli stessi volontari hanno potuto osservare di persona la mancanza di beni primari ed essenziali per una vita dignitosa. Nel tentativo di comprendere come la realtà siriana vive la fuga dal conflitto e come i siriani tentano di organizzarsi per ritornare ad una vita dignitosa in Turchia, ho intervistato, grazie all’aiuto linguistico di Firas Mourad, il Direttore della Casa Famiglia per rifugiati di Kilis, la “Sultan Fathin Mehmet”, Abd Ulghan.

1) Può descriverci lo scopo e l’essenza della struttura per rifugiati che dirige denominata “Sultan Fathin Mehmet”?

La struttura è nata nel 2014 e attualmente è composta da circa 52 bambini e un numero di famiglie che varia tra le 13 e le 15 unità, famiglie le quali hanno perso tutte il capofamiglia. La nostra comunità è divisa in appartamenti separati all’interno di uno stesso palazzo dove le varie comunità di madri e bambini vivono. Siamo riusciti ad avviare anche un circuito lavorativo per alcune delle donne ospitate. Nella struttura vi è un laboratorio di cucito in cui vengono prodotti lavori in tessuto e viene insegnato, alla donne interessate, l’arte del cucito. La vendita di tali prodotti avviene attraverso un circuito di aziende turche che commissionano gli acquisti e noi ci occupiamo della manifattura e della produzione. In Turchia siamo ben integrati nel meccanismo istituzionale e sociale lavorativo e siamo in molti a tentare semplicemente di andare avanti nonostante tutte le difficoltà e la tristezza di vedere la propria nazione rasa al suolo.

2) Come vi sentite a Kilis e che rapporto avete con la popolazione turca?

Kilis è una città di quasi 200.000 abitanti, di cui 110.000 sono siriani e tale concentrazione multietnica ha permesso una nostra quasi totale integrazione con la comunità turca locale. Come siriano posso dire che sono stato accolto molto bene e il mio trattamento da parte delle istituzioni, con tutte le difficoltà che potete immaginare, è alla pari con i turchi. Per noi siriani rifugiati in Turchia è possibile anche avviare un processo burocratico per richiedere la cittadinanza turca, una volta soddisfatti alcuni requisiti legati alle procedure di controllo sul lavoro e sull’integrazione con la comunità locale.

3) Lei, come guarda al domani e cosa augura ai siriani per il futuro?

Come cittadino siriano mi auguro di poter tornare a vivere nella mia Siria, da uomo libero. Perché non posso vivere nel mio paese? Vorrei che l’Occidente imponesse la democrazia in Siria facendo capire al mondo seriamente cosa è Assad. Voglio essere ancora più preciso: non chiedo un intervento armato degli Usa nel territorio perché la storia attuale della nostra Siria insegna che con la violenza non si risolve nulla, vorrei che il mondo occidentale, a partire dagli Stati Uniti, chiedesse con forza alla Comunità Internazionale e alle potenze statuali di non sostenere più il regime di Assad, deliberando elezioni liberi e vere. Il mio sogno è quello di tornare a vivere serenamente la vita democratica siriana. Intanto, proseguo la mia azione in sostegno delle famiglie e dei bambini siriani in Turchia, qui a Kilis. Ho il dovere di ringraziare, con tutto il mio affetto e con tutta la mia riconoscenza, organizzazioni come la Onlus “We Are”, e persone come Enrico Vandini, Lorella Morandi e Faris Mourad, che permettono alla nostra comunità di poter continuare a vivere grazie al loro sostegno economico e materiale. Oggi, grazie alla missione di We Are, i nostri piccoli ospiti sono tornati a ridere e a scherzare, una spensieratezza rara da veder sui loro volti, comprando numerosi vestiti, giocattoli e dolciume. Ho anche una certezza: “We Are” non ci abbandonerà, con Enrico Vandini stiamo già lavorando ad una nuova missione per l’estate, inoltre non ci fermeremo con i nostri lavori artigianali in tessuto che vorremmo far conoscere anche agli italiani per poter apprezzare le nostre tradizioni nell’arte del tessuto e così, contemporaneamente, sostenerci e aiutarci.

4) Mi parli della sua storia? Cosa ha vissuto da siriano?

Sono stato un ospite delle carceri siriane di Assad. Per un anno e mezzo ho vissuto nei sotterranei di una prigione presente all’interno di un palazzo del governo ad Aleppo. La struttura è denominata “Prigione Palestina”, e qui ho subito una continua violazione della mia dignità come essere umano. Su di me e sui miei compagni di cella, nella nostra cella eravamo circa una quarantina, abbiamo vissuto forme di tortura come la privazione del sonno. Non avevamo nessun contatto con i legali, in Siria chi è in carcere non ha il diritto alla difesa, e dopo 5 mesi di carcere non avevo ancora idea del perché della mia presenza all’interno della struttura. Chi viveva peggio di me erano i miei parenti. Non potevano chiedere di me alle autorità locali, il solo chiedere, il solo pretendere di visitare e conoscere le mie condizioni poteva generare anche il loro arresto. Ho visto miei compagni di cella svanire nel nulla e non ricomparire più. Molti siriani, anche qui in Turchia, hanno paura, poiché l’unico strumento delle istituzioni di Assad che funziona impeccabilmente è quello della repressione e dei servizi segreti. In Siria chi non è d’accordo con le idee di Assad, viene zittito scomparendo nel nulla o divenendo ospite perenne delle patrie galere.

Assad e le istituzioni siriane. Come sono viste da un siriano in fuga?

Le istituzioni statali sono corrotte. Il regime vive dell’incrocio tra meccanismi distorti e malvagi di potere e repressione e in tale ottica il sistema funziona perfettamente. L’Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Ra’ad al Hussein, nel suo report annuale ha dichiarato, senza mezzi termini, che il regime di Damasco sta programmando in Siria un’altra “apocalisse, con la complicità dei Paesi alleati, Russia e in Iran in particolare”.  Le forze governative siriane e le milizie fedeli al regime Shabiha si sono macchiate entrambe di gravi crimini di guerra. Anche i ribelli siriani che combattono il regime di Bashar al Assad hanno commesso violazioni, ma le loro responsabilità «non raggiungono la gravità, la frequenza e l’intensità» di quelle dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane, secondo il rapporto di 102 pagine presentato da Paulo Pinheiro, capo degli investigatori sui diritti umani delle Nazioni Unite. «La Commissione ha trovato fondati motivi per ritenere che le forze governative e gli Shabiha abbiamo commesso omicidi e torture, e gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, inclusi omicidi illegali, arresti e detenzioni arbitrari, violenze sessuali, attacchi indiscriminati, saccheggi e distruzione di proprietà», si legge nel documento che fa luce sullo scenario della guerra civile siriana.

Articolo di Domenico Letizia, Presidente dell’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale e componente del Consiglio Direttivo della ONG “Nessuno Tocchi Caino”, pubblicato per il quotidiano “Cronache di Napoli”.

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