lunedì, agosto 20

Georgia, la perla del Caucaso. Viaggio in una terra antica, tra Tbilisi e monasteri centenari

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Ogni sera alle 21.50 parte dalla stazione di Baku il treno notturno per Tbilisi. La tratta collega le due capitali trasportando i turisti e passeggeri a maggioranza azera, georgiana, polacca, ucraina e russa che animano il grande crocevia caucasico. La Baku-Tbilisi è una delle rotte più battute dai turistici che si avventurano nell’intero Caucaso (soli 35 manat di biglietto per una cuccetta da quattro persone), destinati poi a proseguire per la capitale armena Yerevan. Viceversa, la rigorosa legislazione azera mal accoglie alle frontiere i turisti provenienti dalla confinante Armenia, per le note ragioni relative all’annoso conflitto del Nagorno Karabakh. Sono ben tredici ore di viaggio notturno attraverso il paesaggio buio, piatto e uniforme dell’Azerbaijan, fino al confine, presso cui si giunge verso le sette di mattina. Il confine georgiano appare subito nuovo all’orizzonte: l’icona di una piccola cappella ortodossa saluta il viaggiatore assonnato che scende per una boccata d’aria al confine. Sullo sfondo qualche mucca e degli edifici di fabbriche sovietiche semi abbandonati, assieme ad un baracchino generico, che già espone fieramente le prime bottiglie di vino georgiano, presenza ubiqua nel paese. I controlli al confine durano circa due ore, durante le quali i passeggeri ingannano il tempo fumando, facendo colazione, chi con bicchieri di çay, chi con della birra. Si scende a Tbilisi attorno alle 10.30 del mattino, in una stazione caotica, in uno scenario molto più fatiscente e popolare dell’artificiale Baku. Si scende in metro e si arriva alla fermata di Rustaveli, il cuore pulsante e cosmopolita della capitale, una sorta di Prospettiva Nevskij pietroburghese. Un viale platanato di respiro europeo, decorato da eleganti palazzi di fine Settecento: l’Opera, la Biblioteca nazionale,l’Opera delle Scienze,l’ex palazzo dei vicerè, il Museo Nazionale, il Parlamento, qualche sontuoso hotel. La città è stata turca fino al 1783, quando col trattato di Georgievsk divenne russa. Rustaveli street e il quartiere zarista di Tbilisi sono tutt’ora l’immagine della tipica architettura post-petrina e pietroburghese, commissionata dai vicerè del Caucaso che intendevano trasformare la città dallo stile persiano in metropoli di stampo europeo. Gli architetti italiani della scuola di Quarenghi che costruirono Tbilisi in quel periodo provenivano dalla Russia zarista, e furono gli artefici dei più eleganti edifici neoclassici nei viali georgiani. In Rustaveli non è difficile conoscere dei georgiani pronti a fornire indicazioni turistiche, a condividere qualche testimonianza e pezzo di storia personale o del proprio paese. L. è uno di questi, abitante di Tbilisi, massiccio, forte, dagli occhi chiarissimi. Tifoso di calcio, amante dell’Italia, l’unico della sua famiglia ad essere rimasto a vivere nella sua terra, “noi georgiani ci spargiamo in giro per il mondo”, dice. Quando nel 2008 scoppiò la guerra in Georgia, a causa dell’autoproclamazione di indipendenza di Abchazia e Ossezia del sud, province ancor’oggi non riconosciute, L. tornò dall’Italia in macchina con tre connazionali, attraversando l’Anatolia, passando per il confine turco-georgiano a Sarpi, e proseguendo verso casa, per arruolarsi contro il nemico russo. In Georgia vige ancora la leva obbligatoria. Quando scoppiò la guerra in Georgia, appena dieci anni fa, i georgiani erano pronti a difendere la loro terra contro un nemico gigantesco, con coraggio, e con qualche arma fornita dagli americani. Ma i carri armati si fermarono a Gori, non venne sparato un colpo, gli americani avevano smesso di contribuire quando capirono che non valeva la pena investire denaro in un conflitto che avrebbe coinvolto solo una manciata di abchazi, circa 200.000. Una volta attraversata piazza della Libertà, centro nevralgico della città, si approda alla vecchia Tbilisi ottomana. Variopinta, fatiscente, decadente, vissuta. La città vecchia è l’emblema del secolare sincretismo religioso georgiano. Una accanto all’altra convivono la Sinagoga e l’adiacente quartiere ebraico, la Chiesa armena di San Giorgio, la Moschea del quartiere musulmano, e una miriade di chiese ortodosse georgiane. Il Cristianesimo fu dichiarato religione di Stato nel 337 d.C. e la chiesa georgiana si proclamò autocefala, rendendosi autonoma dal patriarcato di Antiochia già nel V secolo. Ovunque in città campeggia l’effigie di San Giorgio, patrono del paese, da cui deriva il nome, Georgia, e così la croce arcuata a tre bracci della chiesa autocefala georgiana: si dice che il simbolo della chiesa georgiana sia la croce arcuata perché nelle campagne i contadini utilizzavano i bracci delle croci per sorreggere il peso delle viti. La chiesa più antica della città è Anchishkati, risalente al VI secolo d.C. Accanto alla sede del patriarcato georgiano, si staglia l’eden di questa piccola chiesa, mistica e silenziosa, affiancata da un piccolo ritrovo di artigiani. Le iscrizioni georgiane concorrono ad abbellire questa gemma sospesa nel tempo, decorata da affreschi e pale antichissime. La Cattedrale di Sioni è molto più affollata e rimaneggiata, e questo contriibuisce a ridurne il misticismo. Nella piazzetta immediatamente adiacente si trova la statua del Tamada: il tamada equivale in Georgia al simposiarca greco, ha il compito di sedere a capotavola  e di indire i brindisi durante la tradizionale supra, il luculliano banchetto di origine ottomana che si tiene in occasione di feste o funerali. Il tamada deve vantare grandi doti retoriche e manifestare una proverbiale resistenza all’alcol. Proseguendo nella downtown ci si inerpica nelle stradine vibranti della città, in cui di giorno vivono indolentemente gli stessi locali caratteristici che la notte si trasformano in discoteche a cielo aperto. L’atmosfera del centro storico è molto gioiosa e goliardica, grazie ai colori sgargianti dei churchkela (caramelle allungate tipiche georgiane di noci, mosto d’uva e farina) e degli edifici, azzurri, rosa, gialli, verdi, aggrovigliati in antiche vie malridotte ed esteticamente cugini dei konak turchi. La Turchia è palpabile anche in tutto il quartiere musulmano, dove giacciono semplici pasticcerie di bakhlava, di fronte all’antico Hammam del periodo ottomano. A Tbilisi è facile avvertire il calore di casa, incrociare il sorriso dei suoi abitanti, godere della libertà di una giornata spensierata, di poter stare al parco all’ombra di qualche albero, di oziare al bar o al ristorante per assaggiare un calice di vino accompagnato dalla deliziosa cucina locale. Dalla Fortezza di Narikala, raggiungibile in funicolare a soli 6 lari, si riesce ad ammirare il fascino di questa capitale, sovrastando la città e specchiandosi sul fiume Kura. Qui l’enorme statua di Kartlis Deda (20 metri di altezza)regge una spada e un calice di vino, l’una per difendersi dai nemici, l’altra per accogliere gli amici della Georgia. Da qui si ammira il chiasso verdeggiante di questa antica città, capitale di un Paese singolare, una terra caucasica incastonata tra Turchia, Russia e Medio Oriente, figlia di tutte e di nessuno,turca negli usi e negli edifici del centro vecchio (caffè e shisha), cristiana di culto, europea di aspetto e mentalità, sovietica in qualche anfratto delle periferie, nella vodka, nello kvas (bevanda fermentata di origine russa), nell’intramontabile utilizzo della lingua russa, che tutti conoscono e in pochi praticano, nel fantasma di Stalin, nato a Gori, e oggi esorcizzato nelle calamite Made in China disseminate nella città. La Georgia oggi lotta per la sua identità, dopo secoli di dominazione e di influenze che l’hanno arricchita e colorata, ma mai fagocitata. Solo nel 1918 si rese indipendente assieme ad Armenia e Azerbaijan, prima dell’arrivo sovietico. Geograficamente sorella di Azerbaijan, Turchia e Armenia, ma incredibilmente diversa, mite, solitaria, indomita, amante della vita, nel piacere della tavola e della degustazione del buon vino, nato qui, proprio in Georgia, tra il 10.000 e 9.000 a.C. Oggi questo paese cerca di ritagliarsi uno spazio nel mondo, trainato dal partito nazionalista filoamericano, artefice di numerose riforme che hanno ammodernato il paese. Oggi la Georgia beneficia dei soldi della NATO, della Politica di partenariato orientale, attende di entrare nell’Unione europea, odia il vicino russo. Si appella al modernismo della capitale e della località balneare di Batumi per assomigliare all’Occidente, e nelle strade, nei mercati e nei quartieri “al di là della Kura” vive la Tbilisi spartana e decadente, caucasica, malinconica e semplice, reduce da ottant’anni di comunismo e di un passato gigantesco. Di questa realtà ci aveva parlato sempre L. Ci aveva raccontato dei valori della sua gente: ospitalità, famiglia, onore. Dei ricordi sulla sua famiglia, della sacralità attribuita ai legami famigliari. Del rapporto con le donne, e del rispetto conferito all’integrità della figura femminile nelle conversazioni tra uomini. “La donna è sacra”, e per questo deve essere protetta, aiutata, preservata. Tutto ciò può suonare strano a giovani donne ormai immerse nel mondo occidentale, imbevute di ideali su pari opportunità e pari facoltà dei sessi. Normalmente le donne georgiane si sposano e mettono su famiglia attorno ai venticinque anni, poi continuano a lavorare, o forse smettono. Le nuove generazioni stanno al passo con un progresso che filtra lentamente attraverso la pellicola caucasica, viaggiano in tutto il mondo esportando la gioia georgiana, parlano normalmente tre lingue (georgiano, russo, inglese) e spesso anche una quarta o quinta. E nonostante ciò mantengono le loro tradizioni. A partire dalla cucina, degustabile in una delle numerose taverne del centro o della città alta, fronte fiume, aspettando di vedere il tramonto calare sulla fortezza di Tbilisi. In molti locali si suona musica dal vivo con il tradizionale strumento nazionale, il panduri. I piatti forti della cucina georgiana sono gli shashlik (spiedini alla griglia di carne di maiale, pollo, manzo), insalata di pomodori e cetrioli con l’immancabile salsa di noci, involtini di melanzane ripieni alle noci, khachapuri. Il khachapuri è assieme ai ravioli, i khinkhali, il piatto nazionale della Georgia. E’ una sorta di focaccia ripiena di formaggio o formaggio e uova. Il suo variante leguminoso è il lobiani, una focaccia guarnita da pureè di fagioli. Il ristorante “Maspindzelo” serve tra i , locale storico poco lontano dall’Hammam, serve tra i migliori “khinkhali” di Tbilisi.  Sono dei ravioli ai funghi, carne e verdure, da mangiare obbligatoriamente con le mani, ad eccezione del cappello del raviolo, che “porta sfortuna”. Sono così amati da essere praticamente il simbolo del Paese,non a caso la calamita icona nei negozi di souvenir è tendenzialmente un raviolo gigante. E per finire, la “chacha” è il brandy locale con cui ogni georgiano chiuderebbe una cena che si rispetti, il tutto mediamente per la modica cifra di 40 lari a testa.

Mtskheta e David Gareja

La Georgia non è solo Tbilisi. A 20 km dalla città risiede l’antica capitale della Georgia, l’impronunciabile Mtskheta. Mtskheta fu capitale del primo regno georgiano dell’Iberia caucasica tra il III sec. a.C.- V sec. Le rovine della città risalgono a prima dell’anno 1000 a.C., periodo a cui si attribuisce la realizzazione dell’acropoli tutt’ora esistente. Qui i georgiani si convertirono al Cristianesimo nel 317 d.C, dove anche oggi poggia la sede della Chiese apostolica autocefala ortodossa georgiana. La cattedrale di Svetitskhoveli (XI secolo) ed il monastero di Jvari (VI secolo) sono tra i monumenti più significativi dell’architettura cristiana georgiana, fondamentali per lo sviluppo dell’architettura medievale del Caucaso. Di particolare importanza sono le prime iscrizioni parietali, interessanti per lo studio delle origini del primo alfabeto georgiano. Mtskheta rimase il centro politico della Georgia fino al VI sec. d.C, quando venne scalzata dalla più difendibile Tbilisi. Tuttavia, Mtskheta continuò ad essere il luogo di incoronazione e sepoltura dei re georgiani fino alla fine del regno, avvenuta nel XIX secolo. Al primo sguardo di un viaggiatore Mtskheta appare come una città molto raccolta, a misura d’uomo, costruita nella sua pietra rossa, spesso colorata dai numerosi churchkhela che piovono dai negozietti di souvenir e dai banchi di frutta fresca, un luogo tranquillo, placido, che giace sulla confluenza di due fiumi, la Kura e l’Aragvi. Le vie laterali del centro sono sicuro rifugio per i georgiani che “vogliono fuggire dal caos di Tbilisi”, riposando nella propria dacia. Vi è un’atmosfera dormiente, spirituale, idilliaca in questa meta di pellegrinaggio di turisti e credenti, in maggioranza ortodossi. L’origine della cattedrale di Svetitskhoveli è avvolta nella leggenda. Si narra che qui sia stata sepolta la Tunica di Cristo, quando Elias la portò qui nel I sec. d.C, consegnandola alla sorella Sidonia, che morì in preda all’estasi religiosa. Sidonia venne sepolta assieme ad essa vicino alla confluenza dei due fiumi, dove nel secolo XI fu eretta l’odierna cattedrale. I suoi affreschi parietali sono ancora meravigliosi, solo in alcune parti l’intonaco si è scrostato. Vi è anche un’antica riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme, probabilmente più autentico dell’originale. Svetitskhoveli è uno dei luoghi di culto più mistici dell’intero Caucaso. Sempre a Mtskheta giace il monastero di Samtravo, dove Santa Nino, missionaria della Cappadocia del IV sec., aveva pregato e vissuto, e dove erano sepolti i primi re convertiti della Georgia, Re Mirian e la Regina Nana. Più lontano, a 11 km dall’antica capitale, i taxi condivisi portano a 15 lari al monastero di Jvari, arroccato su un monte che si affaccia sulla confluenza di Kura e Aragvi e sulla città di Mtskheta. Qui Santa Nino eresse la prima croce a simbolo della conversione della Georgia al Cristianesimo,e dopo due secoli il principe Stepanov vi costruì l’odierno monastero con pianta a croce (“Jvari”=croce), isolato da tutto e tutti, ma visibile da ogni punto della valle sottostante. Da Jvari sembra di poter abbracciare l’intera valle, assieme al vento. Ma la vera perla della Georgia è il complesso monastico di David Gareja, lontano, al confine con l’Azerbaijan. La strada per raggiungerlo è così impervia e dissestata che i mezzi pubblici non servono la destinazione. E allorchè un turista ci arrivasse, dovrebbe scalare un sentiero scosceso per giungere la cima del monte Gareja, e poterne così scoprire le bellezze. Ogni giorno alle 11 in punto parte da piazza della Libertà l’unica compagnia privata che accompagna i visitatori a David Gareja, la “Gareji Line”. Non servono prenotazioni, ma è sufficiente presentarsi all’appello. Una tour operator raccoglie 25 lari a testa per l’intera escursione a/r, incluse due fermate in autogrill e ad Udabno Il viaggio verso il confine dura due ore e mezza. Si inizia a intravedere la fine del percorso quando gli insediamenti urbani lasciano gradualmente il passo a un territorio collinare e verdeggiante., disabitato. Dopo una lunga distesa di manto erboso l’asfalto si ferma, e inizia un lungo tratto di terreno battuto, buche, sentieri scoscesi, aride radure, via via sempre più desertiche, fino a diventare giganteschi canyon. Per conquistarsi la visita a David Gareja il viaggiatore è chiamato a superare un sentiero tortuoso, dimentico della civiltà, in balia della natura più arsa e inospitale.  Il complesso georgiano-ortodosso è in parte scavato nella roccia e in parte edificato, situato nella regione della Cachezia (Georgia orientale), sulle pendici semidesertiche del monte Gareja. Prende il nome da David, uno dei tredici “padri siriani” venuto in Georgia nel VI sec. per sviluppare il monachesimo dopo la conversione dell’area al Cristianesimo, quando zoroastrismo e animismo erano ancora largamente professate. Il complesso comprende il “Monastero di Lavra” e il “Monastero di Udabno”. Il primo è situato all’interno dei confini georgiani, ed è tutt’ora abitato da sei monaci solitari che conducono una vita ascetica tra cappelle, mense, locali e celle scavate nella roccia. Il complesso di Udabno giace invece nel limbo tra Georgia e Azerbaijan, a causa di una sommaria determinazione geografica di epoca sovietica, ed è per questo oggetto di dispute tra i due Paesi. Una ringhiera arrugginita tutt’oggi demarca il confine. La cima del Gareja è raggiungibile attraverso salite prive di ogni misura di accessibilità e protezione, in compagnia di animali in via d’estinzione, come il gipeto. Non in molti approdano alla meta, solo i fisici più forti e le anime più convinte vincono un’ora e mezza di folle salita. E’ per questo che il monte Gareja è qualcosa di singolare. E’ solo di pochi, eletti “pellegrini”che è disposto a ospitare l’anima, elevandola al di sopra di due paesaggi sterminati, ventilandola con il sapore dell’eternità. Una cappella votiva attende i visitatori del gruppo di monasteri, assieme a tre guardie di confine georgiane. Alle spalle vi sono canyon della Georgia più o meno pennellati di verdi radure, di fronte una metafisica, arsa, steppa azera, sterminata e sorda. E scendendo a picco verso l’Azerbaijan, occhieggiano li, dimenticate dalla storia e dal tempo, le eremitiche grotte di David Gareja, polverose, abbandonate. Nessun rumore, nessun profumo, solo il suono di qualche grillo. Nei secoli che furono il monastero di Udabno era il centro della vita spirituale della Georgia, nonché punto di riferimento per l’arte sacra grazie ai suoi affreschi raffiguranti le vite dei santi e di Gesù. Gli affreschi non hanno mai conosciuto un ritocco o un restauro, sono semplicemente rimasti lì, meravigliosi e vividi, come se i fedeli se ne fossero andati da qualche minuto. Anche il viaggiatore più laico può qui percepire l’intensità della fede, dove qualche secolo fa qualcuno si era spinto per venerare il suo Dio, nel sole del giorno e nel buio della notte, nel silenzio delle montagne, nell’austerità della natura, nella nobile grandezza di quest’indisturbato angolo di mondo.

 

La Georgia è un Paese che dà tanto in poco tempo, incantando con la sua anima, il suo presente, e il suo passato. Salutarla è difficile per chi spera di non tornarci troppo presto, in modo d tutelarne lo stupore della prima volta, della meraviglia celata in un Paese ancor’oggi troppo sconosciuto. Nachvamdis!

 

Articolo di Claudia Zecchin, Dott.ssa in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio, Università Ca’ Foscari

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