sabato, febbraio 24

Il buono cattivo di Giulio Andreotti

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Non smette di parlarci Giulio Andreotti, nonostante la lunga carriera politica (fu sette volte presidente del Consiglio) e la corposa mole di pubblicazioni che gli hanno permesso di essere un protagonista attivo del suo tempo per tutto l’arco della sua vita. Aveva ancora qualcos’altro da dirci o, forse, è soltanto vero che certi uomini sono destinati a rimanere eterni non solo nella memoria ma anche nei fatti. Così lo scorso 9 novembre 2017 Andreotti è tornato sulle scene attraverso un libro che era rimasto nascosto negli archivi domestici finché sua figlia Serena, la più piccola, lo ha scoperto e riportato alla luce facendolo pubblicare dalla case editrice “La nave di Teseo”. Dentro ci troviamo tutti i tratti indistinguibili dell’autore: l’instancabile curiosità per i temi più diversi, la chiarezza del linguaggio, il gusto dell’aneddoto, l’arguzia bonaria e mai saccente. Il libro è stato scritto quasi sicuramente tra il 1973 e il 1974, in un periodo di aperta battaglia referendaria per l’abrogazione della legge sul divorzio. Due anni prima era uscito I minibigami, da cui Andreotti riprende l’ambientazione, i personaggi e l’impostazione narrativa, ampliandone i temi. Al centro ritroviamo tutte le questioni etiche e sociali che agitavano l’Italia di inizio anni Sessanta. La riflessione sul divorzio capeggia fra tutte le altre e fu probabilmente proprio per le critiche già espresse sul tema nel suo precedente libro, che Andreotti preferì non pubblicare il nuovo elaborato ed evitare di alimentare le tensioni. Il titolo, Il buono cattivo, sembrerebbe alludere ad un intento moraleggiante. E già nella prefazione l’autore ci da conferma sentenziando: “non sempre il bene appare, e ciò che appare come bene molto spesso non lo è”. Abbiamo rivolto qualche domanda a Serena Andreotti la quale ci ha introdotti con la delicatezza dei ricordi alla lettura del libro.

Le piace ricordare Suo padre più come scrittore e giornalista o come politico?

In realtà, le tre attività erano molto legate, visto che prevalentemente mio padre ha scritto di politica. Certamente l’immagine che ho più viva nella memoria è quella di quando stava alla sua scrivania, scrivendo imperterrito malgrado la confusione creata tutt’intorno prima da noi figli, poi dai nipoti. Scriveva velocissimo a mano, usando sempre i pennarelli perché scorrono più veloci. La grafia era piccola, tonda, non di rado abbastanza indecifrabile.

Questo libro, che ha scoperto Lei, per caso, e che ha deciso insieme a Suo fratello di pubblicare, lo sente anche un pò Suo? 

Indubbiamente lo sento molto mio, anche perché ci ho lavorato parecchio per trascriverlo e per “editarlo” e mentre lo facevo sentivo mio padre vicino. Quando ho completato il lavoro mi è dispiaciuto moltissimo dover mettere la parola fine.

Il libro è stato scritto fra il 1973 e il 1974, in un contesto politico e sociale almeno apparentemente molto diverso da quello attuale. Ciononostante qual è il messaggio che il libro riesce a comunicarci oggi?

Credo che sia un messaggio valido sempre, a prescindere dal contesto politico o sociale in cui ci si trova: nel considerare sé stessi e gli altri è sempre bene usare un po’ di ironia bonaria. Serve a ridimensionare persone e situazioni e a rendere la vita più gradevole.

L’intervista a Serena Andreotti è a cura di Marilea Laviola 

 

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