lunedì, settembre 24

La Libia ha un ruolo centrale nel Mediterraneo tra i Paesi nordafricani, sia per la sua vasta estensione dal 10° al 25° meridiano Est, sia per la sua stessa posizione che lo rende il Paese geograficamente più vicino all’Italia e all’Occidente. Le principali città, compresa la capitale Tripoli, si sono sviluppate lungo la zona costiera occidentale, intorno al Golfo della Sirte. Confina a nord-ovest con la Tunisia, ad ovest con l’Algeria, a sud con Niger e Ciad, a sud-est con il Sudan e ad est con la Repubblica Araba d’Egitto. Questi confini sono la risultante di conflitti e accordi di pace raggiunti, nel corso degli anni, tra i vari Stati colonizzatori fra cui l'Italia, la Francia, il Regno Unito e l'Egitto. Tali confini seguono principalmente riferimenti artificiali, quali coordinate geografiche e difficilmente riferimenti naturali, quali fiumi o montagne. I rapporti tra Italia e Libia sono secolari, il Paese nordafricano fu una colonia del Regno d’Italia ufficialmente dal 1912 al 1947. I rapporti si sono incrinati particolarmente nei primi vent’anni della Repubblica Araba di Libia di Muammar Gheddafi, il quale ha confiscato i beni delle aziende e i privati italiani a partire dal 1970, portando avanti una richiesta libica di risarcimento per danni coloniali e di guerra, nei confronti del “Bel Paese”. Diversi sforzi sono stati fatti dai vari Governi italiani nel corso della storia per cercare di recuperare la fiducia dell’ex colonia, che ha raffigurato per anni il principale fornitore di gas per la penisola. In questo quadro va ricordato il Comunicato congiunto Dini-Mountasser del 1998, che ha portato a un notevole miglioramento delle relazioni bilaterali e che ha visto il suo completamento con la stipula del Trattato di Amicizia e Cooperazione tra Italia e la Grande Jamahirya Araba Libica Socialista, stipulato a Bengasi nel 2008, da Muammar Gheddafi e l’ex premier italiano, Silvio Berlusconi. In seguito all’accordo la Libia è divenuta per l’Italia il principale alleato strategico e commerciale sulla sponda nordafricana. Il patto di Bengasi ha aperto ufficialmente la strada a tantissimi imprenditori italiani in cerca di fortuna in Libia, per poi veder sgretolarsi il lavoro di una vita con la guerra civile del 2011, che ha portato alla deposizione di Gheddafi e alla sua uccisione, senza un giusto processo. Il principale investitore italiano in Libia resta ancora oggi la compagnia petrolifera Eni. Prima delle insurrezioni, di quella che viene definita “primavera araba” sulla scia di diversi Paesi del Nord Africa, la speranza di vita media della popolazione libica era di 73 anni e la mortalità infantile era del 17‰. La Libia si colloca tra i paesi a sviluppo umanitario intermedio e può vantare un reddito medio relativamente elevato, rispetto agli altri Paesi della regione. La popolazione risiede principalmente nelle città, oltre il 20% è concentrato nella capitale, Tripoli, dove nel 2014 si registravano 1.063.571 abitanti. Gli altri centri principali sono: Bengasi, capoluogo della Cirenaica, nella zona orientale e seconda città del paese ed Al Bayda, entrambe sulla fascia costiera. La realtà libica si presenta molto frastagliata, in quanto organizzata secondo un sistema tribale. Sono oltre 140 i clan libici, intesi come famiglie che occupano e gestiscono porzioni più o meno vaste di territorio, tra queste le più importanti sono quelle dei Warfalla, Gadafi, Toureg, Waershefana, Maghreba, mente gli Hausa e i Tebu sono i principali gruppi nomadici nel Sud e nel deserto del Sahara. La lingua ufficiale è l’arabo, ma anche il Berbero è abbastanza conosciuto. La moneta è il Dinaro libico.

La Libia è stata considerata dagli invasori e dai suoi dittatori come un’entità unica, tuttavia è nota l’esistenza di due macroregioni, la Tripolitania e la Cirenaica, aventi spesso visioni e culture molto differenti, a volte, contrastanti. In questo quadro, va a delinearsi anche la forte instabilità libica in cui l’ex colonia italica è sprofondata dopo la caduta del regime. I tripolitani sono attaccati culturalmente al potere politico centrale della capitale, rappresentato dal Governo di Accordo Nazionale e dall’alto Consiglio di Stato, ufficialmente riconosciuti dalla Comunità Internazionale. Tale attaccamento era ancor più accentuato durante il periodo Gheddafi, mentre i Cirenaici sono molto legati alle loro autorità locali. Pur non riconoscendone pienamente la legittimità, la zona orientale è sotto il controllo della Camera dei Rappresentanti di Tobruk e sempre in quest’area, vicino Bengasi, ha sede l’autoproclamato esercito del Libyan National Army, sotto la guida del Generale Khalifa Belqasim Haftar. Tutt’oggi, mentre le Nazioni Unite lavorano per la riconciliazione e la riunificazione nazionale, molti Cirenaici propongono una soluzione a due Stati, che li veda indipendenti dalla Tripolitania. Nel corso degli anni tra gli abitanti della Cirenaica e quelli della capitale si sono verificati diversi scontri, l’ultimo nel luglio 2012, quando il governo di transizione ha indetto le elezioni del Parlamento, non organizzate secondo i Cirenaici, in modo corretto così come anche le suddivisioni dei seggi parlamentari. Infine ad ampliare il quadro di eterno conflitto, va ricordata una terza macroarea, quella del Fezzan che occupa la parte sahariana a sud della Tripolitania, dal confine con l'Algeria fino alla Cirenaica, lungo il confine con Niger e Ciad. Nel Fezzan, che comprende una vasta zona desertica, sorge la città di Sebha (o Sabhah), dove è presente l’unico centro medico della regione dove anche i migranti dal Sud del Continente africano ricevono assistenza. Negli ultimi anni la Libia è divenuta terra di passaggio per milioni di migranti, che scappano da aeree di conflitto e regimi dittatoriali verso le coste italiane, provocando un vero e proprio svuotamento di risorse per il continente. I flussi incontrollati lungo le nuove rotte del Mediterraneo Centrale, hanno messo in difficoltà i Governi europei, costretti a gestire una crisi umanitaria dalle portate gigantesche.

La zona del Sud è quella che risente di più dell’abbandono delle istituzioni, il potere è principalmente in mano alle milizie e a gruppi armati, dediti ai traffici illeciti di varia natura. La situazione di totale assenza di sicurezza e di una forte autorità centrale ha reso la Libia, terreno fertile per il proliferare di idee legate alla galassia jihadista. Nella zona del Fezzan, molti combattenti ed esponenti del sedicente Stato Islamico (IS) hanno trovato rifugio, nascondendosi da una città all’altra e nel deserto. Oltre ai vari Governi, la maggior parte delle decisioni passano attraverso i vari consigli delle Tribù, tra i più importanti, il Consiglio delle Tribù per la Riconciliazione e il Consiglio Supremo delle Tribù di Wershefana, di recente sotto attacco dalle forze occidentali del generale Osama al-Juwahily. La mancanza di sicurezza, di servizi, educazione e liquidità bancaria degli ultimi sei anni, hanno esasperato il popolo libico, portandolo a rimpiangere il vecchio regime. In molti sostengono che la caduta di Gheddafi sia da attribuire all’interferenza dei Paesi stranieri, in particolare Francia, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Egitto, Emirati Arabi e Qatar, che hanno agito in favore di propri interessi. L’Italia è l’unico Paese ad avere una rappresentanza diplomatica nel Paese, con l’Ambasciata d’Italia a Tripoli riaperta a gennaio 2017, nel tentativo di mettere fine al lungo isolamento a cui il popolo libico è stato confinato nel corso degli anni. L’ambasciatore Giuseppe Perrone è stato il primo diplomatico occidentale a visitare Bengasi, nell’Ottobre 2017, dopo la liberazione dalle forze di IS da parte degli uomini del Libyan National Army. Ad agosto 2017, invece, l’Alto Rappresentante della Missione in Libia delle Nazioni Unite, Ghassan Salamè, è riuscito a compiere un viaggio nel Paese che gli ha permesso di constatare il clima di pericolosità e sofferenza in cui versa il popolo libico. Nel 2015 è stato firmato a Skhirat, in Marocco, l’accordo di Riconciliazione nazionale che ha provato creare le basi per un compromesso tra il Governo di Tripoli e quello di Tobruk. Tale accordo scadrà il 17 dicembre 2017 ed UNSMIL, sta facilitando un processo di dialogo a Tunisi tra le delegazioni delle due parti, per giungere alla sua modifica, all'emissione di una nuova Costituzione e a legittime elezioni entro il 2018.


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